Tutto è iniziato…Non lo so neanche io quando, mi chiamo Eliana, ho 38 anni e sono un’insegnante di tecnologia.
Quel giorno, la scuola era finita e considerando che era una magnifica giornata di settembre approfittai per uscire con la mia piccola in passeggino. Lei è una magnifica bimba di un anno e mezzo di cui vado ne fiera. Io invece, non sono molto alta, all’incirca sono 160cm e, anche se ho avuto una gravidanza, ho un seno piccolo e una pancia che mi fa sembrare incinta di qualche mese pur ovviamente non essendolo. Per il resto che dire, ho un bel paio di gambe che sono la delizia per gli occhi di mio marito e..si, lo riconosco anche dei passanti quando indosso dei pantaloni particolarmente aderenti, con le ballerine e un maglione lungo di cotone o un vestito che si ferma appena sopra alle ginocchia e mette in risalto un sedere del quale non posso lamentarmi.
Si, non sono una modella, ma vengo ancora guardata e mi fa piacere, anche se certe volte lo devo riconoscere mi trovo in imbarazzo: e così quel giorno in cui uscii con mia figlia, mi potevo definire “in borghese” perché, se a scuola indossavo sempre pantaloni e maglioncini, ora portavo un paio di pantaloni aderenti, con una camicetta e un giacchino corto semiaperto. L’ultimo tepore del sole mi accarezzava il viso, ero in pace con me stessa e mi sentivo contenta.
Ripensandoci quella giornata fu l’inizio della mia follia e dei miei eccessi, da donna tranquilla, ora non so neanche io ora che cosa sono diventata, ma andiamo per gradi; ci fu il momento in cui lo conobbi, anzi me lo fecero conoscere. Entrando in una libreria perché volevo approfittare della passeggiata per sapere se il libro di testo che avevo ordinato era arrivato li. Proprio lì incontrai una mia collega, Elena, che non era sola, ma accompagnata da un signore quasi completamente calvo e con un pizzetto bianco. Di lui mi colpì il fiocco che aveva al posto della cravatta, indossava un paio di jeans e una giacca con le tasche leggermente sformate: “in tasca avrà di tutto”…mi trovai a pensare.
Seppi poi che non sopportava borselli da uomo o altri orpelli….ma ritorniamo a noi, la mia collega mi fece delle grandi feste e lui, lui stette in disparte a osservarmi e per un momento, sentì quei suoi occhi guardarmi e, devo riconoscerlo, mi dettero quasi fastidio, ma fu la questione di un attimo che svanì immediatamente. Una stretta di mano vivace e un bel sorriso, guardò il mio capolavoro di bimba che gli sorrise subito. Elena invece iniziò subito a parlare fitto fitto, era una collega dinamica, ma sotto certi versi un po’ troppo chiacchierona e…anche un pò stramba, ….
“Chissà se lo è anche lui”
Mi chiesi tra me e me. Di lei si dicevano tante cose, non era sposata, era fidanzata con un certo Paolo, amava la vita spericolata, ma a me stava simpatica e me ne infischiavano di quello che dicevano le male lingue. Quel giorno mi colpì una cosa che a distanza di tempo…eh con il senno di poi mi avrebbe dovuto far drizzare le antenne e invece……
Elena portava una maglia con le maniche lunghe, una maglia di cotone e, quando per prendere un libro la manica le risalì, vidi all’altezza del suo polso un segno bluastro. Rimasi interdetta e, mi accorsi che anche l’altro polso aveva lo stesso segno. La guardai, i miei occhi incontrarono i suoi e lei coprendosi istintivamente fece finta di niente, poi guardò lui come per farmi capire qualche cosa….ma allora io ero troppo ingenua.
E questo fu l’incontro da cui iniziò tutto….., non mi ero accorta minimamente, ma quei segni bluastri attorno ai polsi della mia collega mi avevano lasciata interdetta, si, lei era considerata una tipa un po’ eccentrica dai colleghi di scuola , ma a me stava simpatica per la sua voglia di vivere e allegria, ma quei segni, se mi lasciarono interdetta, presto me li scordai. Parlai con loro e il signore che mi aveva presentato era un tipo tranquillo, non era minimamente il mio tipo e poi come età, poteva essere di gran lunga un mio fratello maggiore o forse anche non mio padre. Fece delle feste al mio capolavoro che gli sorrise…dunque si parlò del più e del meno, e poi ci furono i classici saluti; ma se i segni scuri me li ero ormai scordati il mio subconscio no non lo aveva fatto, e…riapparvero …
Il giorno era ormai passato, e a casa ero sola, mio marito era via per lavoro, così dopo aver nesso a dormire mia figlia me ne andai anch’io a letto. Il letto era vuoto dalla sua parte, lo dovevo riconoscere, mi mancava mio marito e …dopo aver letto qualche cosa, mi addormentai di botto e…quei segni mi riapparvero in sogno….quei segni bluastri. Era la mia collega, legata, quasi appesa, quasi completamente nuda se non per un piccolo perizoma che le copriva la figa, aveva il corpo teso, contratto, non toccava quasi il pavimento se non con le punte dei piedi…e accanto a lei completamente vestito c’era quel signore con la barba bianca, portava un vestito scuro, uno smoking aveva in mano un corto frustino con il quale le accarezzava i seni e…ne decantava le sue doti, una schiava in vendita, non c’erano dubbi. Cera anche il pubblico, volti strani anonimi che ascoltavano e tra il pubblico c’ero anch’io che guardavo affascinata quella scena e ascoltavo quello che lui diceva….lei era così, un oggetto esposto di cui lui ne decantava le doti facendo scorrere il frustino sui suoi seni. Elena aveva la bocca socchiusa e…era bendata, l’unica cosa che poteva sentire era la sua voce e le sensazioni che il cuoio del frustino le dava scorrendole sul corpo. La gente era in silenzio e ascoltava quella voce leggermente rauca…e ad un certo punto lui si fermò, guardò il pubblico come per aspettare qualche cosa e ….mi indicò.
Un tuffo al cuore, le persone che erano attorno a me si fecero in disparte e mi trovai sola, lui mi sorrise leggermente, quel sorriso però non prometteva nulla di buono, aveva qualche cosa di mefistofelico con quel pizzo bianco che gli ornava il viso. Mi fece segno di salire, ero…ero esterrefatta, mi sentivo il cuore in subbuglio, quei gradini per salire su quella specie di palco improvvisato dove la mia collega aspettava di essere venduta mi sembrarono per un momento gli stessi gradini su cui il condannato sale uno ad uno per raggiungere il patibolo.
Aveva decantato le sue doti amatorie e l’aveva definita come una ninfomane assatanata pronta ad essere sbattuta in ogni dove, e ora…ora sembrava toccasse a me….scalino dopo scalino fui accanto a loro, sentivo gli sguardi del pubblico su di me anche se ero completamente vestita, sembrava aspettassero qualche cosa, un qualche cosa che doveva accadere. Una donna nuda, appesa e al suo fianco una vestita.
CONTINUA